Curiosità varie

Piccole curiosità trovate circumnavigando questo mondo virtuale.
 
 






La Stella del Vespro



La luce della Stella del Vespro non cresce né diminuisce.
E’ mia, da donare a colui che desidero… Come il mio cuore....Dormi...

ARAGORN: Io sto dormendo. Questo è un sogno…

ARWEN: Allora è un bel sogno… Dormi…

ARAGORN: Minlû pedich nin i aur hen telitha. (Una volta mi hai detto che questo giorno sarebbe venuto.)

ARWEN: Ú i vethed… nâ i onnad. Boe bedich go Frodo. Han bâd lîn. (Non è la fine… E’ l’inizio. Devi andare con Frodo. Quella è la tua strada.) 

ARAGORN: Dolen i vâd o nin. (La mia strada mi è nascosta.)

ARWEN: Si peliannen i vâd na dail lîn. Si boe ú-dhannathach. (E’ già tracciata davanti ai tuoi piedi. Non puoi vacillare ora.)

ARAGORN: Arwen.

ARWEN: Ae ú-esteliach nad… Estelio han. Estelio ammen. (Se non ti fidi di null’altro… Fidati di questo. Fidati di noi.)


L' Elessar (in Quenya "Gemma Elfica") è un gioiello di Arda, l'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore britannico J.R.R. Tolkien. Essa fu creata per imprigionare la luce del Sole tra gli alberi di Gondolin, a somiglianza di quello che Fëanor aveva fatto con i Silmaril e gli Alberi di Valinor. L'artefice fu l'artigiano Noldor Enerdhil o secondo altre versioni Celebrimbor, nipote di Feanor e creatore degli Anelli del Potere. La gemma venne donata a Idril, che la diede al proprio figlio, Earendil. Quando questi partì per Valinor, la gemma se ne andò per sempre. Celebrimbor forgiò una nuova gemma in Eregion, (qua è specificato che è in forma d'aquila con le ali spiegate e la gemma incastonata in mezzo) e la donò a Galadriel, di cui era innamorato non corrisposto, giacché lei era sposata con Celeborn. Da Galadriel passò poi a Celebrían e ad Arwen. Secondo la versione più nota, si trattava invece della stessa gemma di Gondolin, riportata a Galadriel da Gandalf (Olorin) quando questi arrivò da Valinor. La gemma verde, simile a uno smeraldo, aveva il potere di preservare i luoghi e sanarne le ferite, un potere simile ai Silmaril e agli Anelli ma di levatura inferiore. Essa tuttavia pare non esercitasse la brama di possederla. Alla fine l'Elessar fu donata da Galadriel a colui che i Valar avevano destinato a possederla, affinché preservasse il regno degli Uomini di Numenor, cioè Aragorn il quale salì al trono di Gondor col nome di Re Elessar. La gemma passò quindi a Eldarion e appartenne così alla Casa di Elendil, discendente di Idril e Earendil. La vicenda è narrata nei Racconti incompiuti. Del gioiello si parla anche ne Il Signore degli Anelli, mentre non è menzionata nel Silmarillion.

Nel film di Peter Jackson Arwen dona ad Aragorn l'Elessar in forma d'aquila come simbolo del loro amore; nel libro il simbolo del loro legame è invece l'Anello di Barahir. Qua il gioiello è leggermente diverso ed è chiamato Stella del Vespro. Nel libro una pietra bianca simile viene donata a Frodo da Arwen per proteggerlo dal ricordo dell'oscurità e delle sue ferite, prima della partenza per Valinor, in sostituzione del fardello dell'Unico Anello.



 
 
Il Claddagh Ring
 
 
Il Claddagh Ring (anello di Claddagh) è un anello di fidanzamento irlandese, composto da due mani che tengono un cuore sormontato da una corona. Le mani simboleggiano l'amicizia, la corona è simbolo di lealtà e il cuore dell'amore. Questo anello deve l’origine del suo nome ad un villaggio di pescatori sulla Baia di Galway, in Irlanda, chiamato proprio "claddagh" (parola che in gaelico indica la sabbia rocciosa tipica di quella zona).
I primi esempi di questo anello (in oro, argento e bronzo), sono dei veri e propri capolavori.
 
Tradizioni
 
Per moltissime persone che hanno dovuto lasciare l’Irlanda durante la carestia del XIX secolo il Claddagh Ring è diventato l’unico legame duraturo con la propria patria e l’unica eredità familiare. È proprio nel periodo della carestia che l’anello cominciò a diventare popolare fuori dal Connemara, grazie all’esodo dall’ovest. In questo periodo divenne un prezioso ricordo delle origini della famiglia, un simbolo del legame con il passato, passando da madre in figlia primogenita per secoli.
 
Leggende

Vi sono moltissime leggende nate attorno al Claddagh Ring.

Una tra le tante, poco attendibile ma pur sempre popolare e nota, parla di un re innamorato di una giovane contadina, ma da lei non corrisposto. Il povero re non riuscì a sopportare il dolore e si uccise, chiedendo che sulla sua lapide fossero rappresentate due mani intorno a un cuore incoronato come simbolo del suo eterno amore per la contadina.

Due delle spiegazioni più celebri hanno a che fare entrambe, sebbene un secolo le separi, con membri della famiglia Joyce (o Ioyce), originaria di Galway. Alcuni modelli di Claddagh ring tuttora esistenti portano le iniziali “R. I.” oppure “R. J.” e, perciò, sono attribuiti a Richard Joyce/Ioyce.

La più antica leggenda, risalente al XVI secolo, racconta che il primo Claddagh Ring fu un miracoloso e meritato regalo per Margaret Joyce. Domingo de Rona, un ricco mercante spagnolo i cui affari lo portavano spesso a Galway, incontrò Margaret in una delle sue visite nella cittadina irlandese e se ne innamorò, sposandola di lì a poco. Sfortunatamente, però, la loro felicità fu breve. Subito dopo il matrimonio Domingo morì e Margaret ereditò il suo enorme patrimonio. Nel 1596, la donna si risposò con Oliver Og French, il governatore di Galway. L’uomo non la sposò per la sua grande ricchezza, e ciò è dimostrato dal fatto che lasciò l’uso e l’amministrazione dei suoi beni totalmente nelle mani di lei, che, da parte sua, non sperperò il suo denaro, ma ne donò gran parte alla città per far costruire numerosi ponti. Un giorno un’aquila lasciò cadere sul grembo di Margaret Joyce un anello d’oro, il primo Claddagh Ring. Questo evento non fu ritenuto un evento fortuito, ma un vero e proprio dono divino, ricompensa alla sua generosità. L’anello sarebbe quindi caduto “dall’alto”, nel vero senso della parola.

Molto più realistica la seconda leggenda. Questa ci racconta come, durante la seconda metà del XVII secolo, un abitante di Galway, Richard Joyce, fu catturato dai pirati mentre era in viaggio per le Indie occidentali. Questi lo vendettero come schiavo a un ricco orafo arabo, che gli insegnò il mestiere e lo fece diventare un eccellente cesellatore. Nel 1689, re William III d’Inghilterra ottenne il rilascio degli inglesi catturati, Joyce compreso. In tutti gli anni trascorsi insieme, l'orafo si era affezionato a Joyce e lo implorò di restare da lui, promettendogli la mano della figlia e metà del suo patrimonio. Richard, tuttavia, non si fece tentare, poiché non vedeva l’ora di tornare nel suo paese natale. Quindi portò con sé le conoscenze acquisite sull’arte orafa e, importantissima cosa, un'idea che gli era venuta in mente durante quegli anni: la creazione del Claddagh Ring. Secondo alcuni, egli creò il primo di questi anelli come simbolo di gratitudine nei confronti del re al quale doveva la sua libertà. Secondo altri, invece, lo forgiò per una fanciulla di Galway che, in attesa del rientro del suo unico vero amore, non aveva mai smesso di amarlo e di essergli fedele: lui le si presentò con il celebre Claddagh Ring d’oro, simbolo del loro amore duraturo (due mani a rappresentare l’amicizia, la corona a significare la loro lealtà e devozione, e il cuore a simboleggiare il loro reciproco amore eterno). I due si sposarono subito e non si separarono mai!

Origine dei simboli

Da dove proviene ogni simbolo che forma il Claddagh Ring?

Per scoprirlo bisogna andare molto indietro nel tempo, all’epoca degli dèi celti. Dagda, il padre degli dèi, era un essere potente, con la capacità di far splendere il sole; secondo la leggenda la mano destra dell'anello appartiene proprio a lui. Anu (dea conosciuta poi come Danu), era l’antenata e madre universale dei Celti, ed è lei che sembra rappresentare la mano sinistra del Claddagh Ring. La corona rappresenta Beathauile (nome che significa "la vita intera"), che non sembra sia una persona o un dio, ma appare a rappresentare il principio vitale e la vita in sé. Infine il cuore rappresenta i cuori di ogni membro dell’umanità.

Un’altra interpretazione del significato dell’anello è strettamente collegata al trifoglio, uno dei più antichi simboli irlandesi. Questa interpretazione vuole che la corona sia il Padre, la mano sinistra il Figlio e la mano destra lo Spirito Santo, tutti concentrati sul cuore al centro, che simboleggia l’umanità.

Attraverso ogni simbolismo, comunque, un tema ricorre sempre, ovvero che l’anello simboleggia l'amore, la lealtà e l'amicizia ("Love, Loyalty, and Friendship" o, in gaelico, "Gra, Dilseacht agus Cairdeas" - pronunciato "graw, dealshocked ogis cordiss").

Come indossarlo

In Irlanda lo scopo per cui questo anello viene scelto è manifestato dal modo in cui l’anello viene indossato. Infatti, il Claddagh Ring può simboleggiare sentimenti diversi:

  • Ricerca di un legame sentimentale: mano destra, con la punta del cuore rivolta verso la punta delle dita;
  • Legame sentimentale: mano destra, con la punta del cuore puntata verso il polso;
  • Matrimonio: mano sinistra, con la punta del cuore puntata verso il polso;
  • Fidanzamento ufficiale: mano sinistra, con la punta del cuore puntata verso la punta delle dita;
 

 

 
 
 
 
Le origini della Befana

L’immagine della povera vecchina dalle vesti lise, che attraversa i cieli cosparsi di stelle e la bella e bianca luna nella gelida notte d’inverno, per distribuire dolcetti e carbone, è dunque tutto ciò che è sopravvissuto nella nostra tradizione delle splendenti Dee di Luce e Fortuna.
Eppure non è difficile, per chi desidera andare oltre la superficie, scorgere oltre il suo laido viso sempre sorridente e gentile, la sua appartenenza ai mondi antichi e le sue lontane radici che ben vi attecchiscono.
A volte pare addirittura che ella voglia mostrare una porticina segreta che si nasconde oltre la sua figura, la quale si apre su di un regno incantato che lei stessa ancora incarna, sebbene quasi più nessuno se ne interessi o ne sia a conoscenza.
Al di là di quel piccolo varco magico, la Befana si riappropria finalmente della sua vera sembianza, e bisogna quasi proteggere gli occhi per non rimanere accecati dinnanzi alla visione abbagliante che ella mostra di sé, come del resto poteva succedere a chi tentava di vederla aggirarsi per le campagne, nei tempi in cui i suoi nomi erano altri e diversi, e richiamavano sempre la sua essenza di luce.
Ella, infatti, altri non è che la stessa Holla, e Berchta e Frigg e Fulla, ed infinite altre luminose divinità femminili della Natura incontaminata, elargitrici di doni ed abbondanza, legate alla vegetazione, agli animali, alla fertilità ed alla Fortuna.
È la luminosa Dea del ciclo eterno, che muta la sua forma e conduce le stagioni. Portatrice di nuova vita e luce nel freddo e buio inverno, può assumere un aspetto incantevole, giovane e vigoroso, ma anche uno completamente opposto, orrendo, vecchio e spaventoso, “a rappresentare un ciclo completo dalla nascita alla morte e alla rinascita.”
È l’antica Fata, Filatrice del Destino e Dea del Karma, che trasmette la sua arte alle donne perché la impieghino nelle loro vite; e la Coltivatrice delle profonde terre interiori, che insegna a coltivare i Semi nascosti, perché possano diventare ciò che sono nati per essere.
Il suo culto, ricorda quelli dedicati alle Matres o Matronae primordiali, Antenate genitrici di tutta la Natura, premurose e amorevoli protettrici delle donne, delle partorienti, dei neonati, e al contempo dei bimbi non nati e del sotterraneo mondo dei morti; e fra di esse, in modo particolare, richiama le Matres Domesticae, poiché come loro è custode del sacro focolare domestico, della casa e dei lavori femminili. Per questo forse non è una coincidenza che ella faccia uso proprio del camino, dimora del fuoco, per introdursi nelle abitazioni e per farvi ricadere magicamente tutte le cose buone di cui è portatrice.
La sua festa è molto preziosa perché è forse una delle uniche rimaste quasi intatte, nel corso del tempo e nonostante l’alterazione cristiana. E lo stesso la sua cara e tanto amata figura, eco delle divinità femminili che a lei hanno affidato la loro memoria perché non si spenga e continui a brillare, così che qualcuno possa scorgerne la luce e magari decidere di seguirla.
E chissà che, nel farlo, non si intuisca il luccichio fugace di un magico filamento dorato…
od il lontano tintinnare di tanti, piccoli campanellini. (Il cerchio della Luna)

 
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